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Epifania del Signore, l'omelia del vescovo Savino

05/01/2023

 


EPIFANIA  DEL  SIGNORE

 

Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12

 

 

Venerdì  6  Gennaio  2023

 

Dal Natale all’Epifania, dalla presenza alla manifestazione: questo il movimento che la liturgia della Chiesa ci fa compiere.

L’Epifania del Signore, che oggi celebriamo, è la festa di tutti i “cercatori di Dio”, di coloro che cercano, mettendosi in discussione, di seguire il desiderio più profondo del loro cuore, il desiderio della bellezza, della giustizia e della verità. Dio, ci dice la liturgia di oggi, si lascia trovare da coloro che vivono la vita come decisione per l’esistenza.L'esistenza rappresenta innanzitutto una decisione circa ciò che si riconosce come proprio fondamento: e tale decisione è un avvenimento che si ripropone di continuo” (don Luigi Giussani).

 Solitamente diciamo che chi cerca trova, è vero in parte perché è anche vero che chi cerca è trovato da Dio che da sempre cerca, per amore e soltanto per amore, ogni uomo e ogni donna, per manifestare concretamente il suo amore asimmetrico e incondizionato. I Magi di cui ci parla l’evangelo di Matteo sono l’esempio, il paradigma di tutti i “cercatori del cielo”. “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio” (Is 60, 3-5). La manifestazione (Epifania) del Signore è per tutti i popoli, nessuno escluso, perché, ci ricorda l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3, 6). Come i pastori, anche i Magi, custodiscono il desiderio del cuore e, superando ogni convinzione e pregiudizio, si mettono in cammino, escono da sè perché accada l’avvenimento che corrisponde a tale desiderio, accadimento che si realizza nell’incontro con Gesù, il “Bambino adagiato nella mangiatoia”. I Magi vengono da oriente, che nella storia del popolo ebraico rappresenta spesso il luogo di provenienza di invasioni, distruzioni e oppressioni ,ma che nella logica di Dio si inverte in promessa del centuplo. Anche Abramo era partito da Oriente per giungere alla terra che Dio gli aveva promesso, confidando nel dono di una eredità attraverso la quale sarebbero state benedette tutte le nazioni della terra. Come Abramo anche i Magi uscendo dalla loro terra, si sono affidati a dei segni, ad una parola che sa di mistero. Abramo era partito perché aveva creduto, anche i Magi sono mossi da una fede in cerca del “Re dei Giudei”. “Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”: i Magi hanno scorto questa stella non solo in un cielo notturno ma anche nelle Sacre Scritture. Non è una semplice stella ma è la stella del “Re dei Giudei”. Balaam, figlio di Beor lo aveva profetizzato: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24, 17). 

La ricerca della verità, la “mendicanza del cielo” che si concretizza nell’incontro con una persona, Gesù di Nazareth, non è facile anzi tortuosa e faticosa: “Questa venuta dei Magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!” (cfr. Enzo Bianchi). Questi Magi, comunque, al di là delle difficoltà, riorientati dalle Scritture, si rimettono in cammino mossi ancora una volta dalla stella che riescono a vedere e finalmente giungono a Betlemme e, con uno stupore straordinario, trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino. Incontrano un povero bambino di una semplice famiglia che ha trovato riparo in una grotta. Tre sono i segni che i Magi hanno saputo interpretare: “La stella apparsa nel cielo, un evento di questo mondo che va assolutamente percepito e decifrato; le sante Scritture, che contengono quella parola di Dio che illumina e rivela ciò che non possiamo sapere da noi stessi; l’ardere del cuore che chiede di fare il viaggio, l’inquietudine che spinge a cercare, ad andare verso una promessa” (Enzo Bianchi).

I Magi riconoscono la vera regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un bambino incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Giungono alla fede, nonostante l’inaspettato e sconcertato incontro, secondo le loro previsioni ma, come annota l’evangelista Matteo, fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, consapevoli che ogni meta raggiunta diventa punto di cammino per nuovi percorsi. “Camminando s’apre cammino” (Arturo Paoli). 

Nella manifestazione di questo bambino, Re dei Giudei, a Betlemme comincia a manifestarsi quel paradosso che si consumerà difronte a Gesù: da una parte il riconoscimento e l’adorazione delle genti, dall’altra il non riconoscimento da parte dei figli della promessa. È la constatazione della libertà umana, che porta a non riconoscere o a riconoscere in quel bambino il senso e la salvezza della vita. L’Epifania del Signore ci pone dinanzi a una scelta: “La sedentarietà o il cammino, la comodità rassicurante delle abitudini o il fastidio e la fatica della ricerca” (Sandro Ramirez). 

Così pregava il Santo Vescovo di Ippona, Agostino: 

“Signore mio Dio, unica mia speranza,

fà che stanco non la smetta di cercarti,

ma cerchi il tuo volto sempre con ardore.

Dammi la forza di cercare,

tu che ti sei fatto incontrare,

e mi hai dato la speranza

di sempre più incontrarti.

Davanti a te sta la mia forza e la mia debolezza:

conserva quella, guarisci questa.

Davanti a te sta la mia scienza

e la mia ignoranza;

dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare;

dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.

Fà che  mi ricordi di te, che intenda te,

che ami te. Amen”.

Santa Epifania a tutti!

 

                                       Francesco Savino



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