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Terremoto 28 dicembre 1908, il contributo di papa Pio X per la ricostruzione

28/12/2022

114 anni fa il violento terremoto che rase al suolo le città di Reggio Calabria e Messina. Fondamentale fu, fin dalle prime fasi dei soccorsi, il contributo del clero reggino e calabrese, a sostenere il quale fu il papa del tempo, Pio X. Un impegno a sostegno delle popolazioni piegate dal sisma che ripercorriamo in questo articolo dello storico Letterio Festa.

Il 28 dicembre 1908, alle ore 5:21, una terribile scossa, durata 37 “lunghissimi” secondi, rase al suolo le città di Messina e Reggio e numerosi centri del loro circondario. le vittime furono 100.000 di cui 2.000 spazzate via dal maremoto, incalcolabili i danni materiali.

Altrettanto impressionante, in termini di solidarietà, fu la risposta data dall’Italia e dalle altre nazioni del mondo al terribile sisma. Dalle più alte istituzioni internazionali fino ai più umili cittadini, giunsero nelle zone sinistrate ingenti quantità di aiuti che consentirono l’avvio della ricostruzione e della rinascita dei centri colpiti.

Terremoto 1908, il contributo di papa Pio X
Un contributo notevole fu quello dato dal papa del tempo, il veneto Pio X, che fece parecchio per le città e i paesi calabresi distrutti dal terremoto.

Le prime, tragiche notizie di quanto era avvenuto nell’estrema punta d’Italia, giunsero in vaticano quasi subito. L’Osservatore Romano di martedì 29 dicembre 1908 dava già conto del sisma, dei gravi danni e delle vittime umane e annotava che la fortissima scossa aveva danneggiato gli strumenti dell’osservatorio Ximeniano di Firenze diretto da Padre Guido Alfani mentre, all’indomani, riportava le reazioni del Pontefice «profondamente commosso» dal disastro e «vivamente desideroso» di nuove e più particolari notizie alfine di poter presto avviare una serie di iniziative dettate dal suo «paterno, vivissimo interessamento».

Scrive Alejandro Mario Dieguez, curatore del riordino delle carte Pio X presso l’Archivio segreto vaticano: «Dal canto suo, mentre a Roma le istituzioni statali, filantropiche e cattoliche incominciavano ad organizzare i primi soccorsi, Pio X andava maturando una decisione che, se attuata, avrebbe senz’altro suscitato scalpore: uscire dalla “reclusione” del vaticano e recarsi personalmente sul luogo del disastro. Purtroppo, il segretario di stato Merry Del val e altri cardinali di curia, venuti a conoscenza delle trattative in corso, riuscirono a distogliere dal progetto il pontefice, il quale, si dice, in seguito, ebbe a dolersi di essersi lasciato convincere».

Messo da parte questo disegno, l’1 gennaio 1909, si rese nota la somma di lire centomila immediatamente elargita dal pontefice per i danneggiati dal terremoto, a cui si unì subito il contributo di ventimila lire elargito, allo stesso scopo, dai cardinali residenti a Roma6. nello stesso tempo, iniziarono ad arrivare direttamente nelle mani del papa i contributi di tutto il mondo cattolico che egli subito iniziò a devolvere allo scopo e che alla fine sommarono a lire 6.789.617,3.

Sempre per espresso ordine di Pio X, l’Ospizio di Santa Marta in vaticano fu trasformato in ospedale per i feriti del terremoto che iniziavano, in quei giorni, a giungere a Roma e che furono affidati alle cure dei medici pontifici, dei religiosi del fate bene fratelli e delle suore di carità mentre il 2 gennaio, il papa autorizzò le suore del monastero di sessa Aurunca (CE) ad aprire la clausura per ospitare una decina di donne ferite e, dopo aver ricevuto in udienza il rettore del seminario di Catanzaro che gli narrò «lo spavento terrificante»8 prodotto dal sisma, istituì una speciale Commissione da inviare in Calabria e Sicilia per essere direttamente informato delle condizioni delle persone e dei luoghi colpiti.

In quei primi giorni seguiti al disastro, cominciarono a giungere sulla scrivania del Papa, oltre ai contributi a pro dei terremotati, anche altri tipi di offerte, alcune significative, come quella di un sacerdote francese disposto a provvedere «all’accoglienza, al vitto, all’educazione e istruzione fino alla maggiore età» di mille fanciulli orfani e abbandonati, e altre a dir poco “fantasiose”, come quelle di un anonimo «devotissimo n. n.» che forniva al papa delle curiosissime indicazioni per provvedere alla ricostruzione delle città e delle chiese distrutte. Allo stesso tempo, arrivarono, dai diversi vescovi e ecclesiastici delle zone colpite, notizie sempre più precise circa la reale, drammatica entità del disastro.

L’impegno di Pio X per gli orfani del terremoto
La sempre maggiore consapevolezza degli incalcolabili danni, specie alle persone, spinse il papa a un’azione forte e diretta, volta a lenire innanzitutto le sofferenze senza dimenticare le necessità della ricostruzione. scriveva, a tal proposito, lo stesso Pio X al vescovo di Santa Severina che chiedeva un contributo per la ricostruzione di una chiesa: «si terrà conto dei bisogni materiali specialmente delle chiese grandi quando si sarà provveduto all’urgenza dei malati e dei senza pane». Prima preoccupazione del pontefice, infatti, furono «i tanti sventurati fanciulli che in un momento solo si videro privi del tetto paterno e del sorriso confortatore degli amati genitori».

Per questi poveri orfani, già il 15 gennaio 1909, mons. Giuseppe Morabito, vescovo di Mileto, pensò di aprire a Polistena, sui luoghi stessi del disastro, «un apposito asilo capace di accogliere 500 orfanelli, dei quali 250 saranno maschi e 250 femmine, ai quali, oltre all’istruzione cristiana, far apprendere un mestiere che potrà fornire loro i mezzi di sussistenza».

L’orfanotrofio sorgerà prontamente poco tempo dopo con il pieno e concreto appoggio del papa e, ancora ai nostri giorni, continua la sua opera benefica in favore della gioventù bisognosa. Quella del destino degli orfani fu una delle più sentite e urgenti preoccupazioni di papa sarto che riuscì a mettere in moto «un’opera assistenziale che, grazie al concorso di 38 congregazioni religiose, assicurò un tetto e una possibilità educativa a 605 orfani del terremoto calabro-siculo del 1908 (413 orfane e 192 orfani).

A questo scopo il pontefice stanziò, dalla sua “borsa particolare”, la somma di un milione di lire che, secondo i calcoli, doveva essere sufficiente al mantenimento e all’educazione di 400 orfani per un decennio prima che si fosse estinto il capitale e gli interessi».

Il clero reggino e calabrese in prima linea nei soccorsi
Oltre a quanto detto fino ad ora, il papa Pio X sostenne, fin dal primo momento, l’opera dell’episcopato e del clero calabrese che, in quel disastroso frangente, fu davvero encomiabile. Il vescovo di Gerace, mons. Giorgio Del Rio, ad esempio, scrivendo al segretario di stato, relazionava circa «i difficili e dolorosi viaggi» da lui effettuati subito dopo il sisma, allo scopo di «visitare, confortare e soccorrere» i paesi più disastrati.

Oltre ad aiuti materiali, Del Rio inviò nella città calabrese dello stretto tre suore e tre padri cappuccini per assistere i feriti e gli orfani, provvide di vesti, vitto e alloggio diverse famiglie, istituì cucine gratuite per gli sfollati e la casetta vescovile di Gerace Marina fu aperta per accogliere diverse decine di persone.

Anche i semplici sacerdoti e i chierici si distinsero tra i soccorritori nei primi giorni della tragedia. Alessandro Castro, il figlio del consigliere della Prefettura di Reggio fu salvato dai preti e dai seminaristi del locale Seminario, gli stessi che, guidati dal giovane prefetto, don Teodoro Rositani da Varapodio, trassero in salvo dalle macerie i figli del capostazione. invece, il sacerdote reggino, don Rocco Vilardi, offrì un vasto terreno per la costruzione di un orfanotrofio allo scopo di consentire a Reggio «di avere fra le sue mura i figli dei suoi figli perduti per educarli e prepararli all’avvenire della loro patria» mentre don Fortunato Borgia di Mileto si distinse particolarmente per lo zelo dimostrato tra le cucine gratuite installate per i feriti a Palmi sotto le tende della Croce Rossa.

A centinaia si contano, inoltre, gli interventi attuati direttamente dal papa Pio X, attraverso la sua segreteria particolare, in favore di singole persone colpite dal disastro e testimoniate dalla documentazione storica custodita nell’Archivio segreto vaticano.

Il Papa e la ricostruzione dei luoghi di culto distrutti dal sisma
Dopo aver provveduto, attraverso questi mezzi sistematici, efficaci e diretti, agli impellenti e prioritari bisogni materiali delle vittime del terribile sisma, Pio X iniziò a preoccuparsi delle loro non meno importanti necessità spirituali. il terremoto, infatti, non aveva spento la luce della fede nel cuore dei sopravvissuti che, ben presto, ripresero, per come fu possibile, l’esercizio del culto.

La distruzione delle chiese, assieme a quella delle case e dei luoghi della vita quotidiana, aveva segnato profondamente la coscienza dei sopravvissuti che, nonostante tutto, andarono a ricercare, tra le rovine degli edifici sacri, gli oggetti cari alla tradizione religiosa, attorno ai quali iniziare a ricostruire la speranza di un nuovo domani.

Il successivo passo fu quello di provvedere ogni paese, a seconda del numero degli abitanti, di uno o più padiglioni-baracca da adibire a luoghi di culto. si trattava di strutture prefabbricate, realizzate in legno e rivestite in lamiera, prodotte e acquistate dalla santa sede dalla ditta inglese Mac Mhanus.

A coordinare l’impianto delle chiese fu il delegato pontificio, l’emiliano mons. Emilio Cottafavi, “plenipotenziario” del papa per la gestione dei suoi progetti in favore dei terremotati nel reggino. Accanto a lui, il conte Roberto Zileri Alvernes, di origini venete, e il sacerdote reggino, don Giuseppe Zumbo.

Gli elementi per la costruzione di ciascun prefabbricato, giunsero dall’Inghilterra nel porto di Reggio e da qui furono poi smistati in direzione delle diverse Diocesi. in ogni Parrocchia, dopo che si era provveduto alla scelta di un terreno adatto alla costruzione, in accordo con il vescovo e secondo le indicazioni del Cottafavi, il parroco provvedeva, con maestranze locali, a tracciare le fondamenta per l’impianto del padiglione. Questo veniva poi costruito dagli esperti inglesi e dagli uomini del conte Zileri con la collaborazione degli operai del luogo.

di Letterio Festa
Articolo tratto dalla "Rivista Storica Calabrese" (n. XXXVIII - 2017)



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