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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C) - Mons. Francesco Savino

11/09/2022


Es 32, 7-11. 13-14; Sal 50; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32

11  Settembre  2022

In questa XXIV Domenica del Tempo Ordinario veniamo interpellati dalle tre parabole della misericordia, poste al centro del cammino di Gesù verso Gerusalemme, che sono state definite il “Vangelo del Vangelo” secondo Luca. Da esse emerge una immagine di Dio che è davvero buona notizia per l’uomo e motivo di gioia incontenibile.
Il Vangelo inizia con i farisei e gli scribi che mormoravano contro Gesù dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Gesù con questa scelta ci narra Dio come “amico di quanti gli sono nemici, come vicinanza a quanti sono lontano e come parola a quanti sono distanti dal praticarla” (Giancarlo Bruni). 
A Gesù, basta un gesto per rivelare che il suo Dio, il Santo, il Giusto, il Puro, ha posto in Lui la sua tenda tra coloro che non sono santi, giusti e puri, e si è fatto loro compagno di tavola rompendo ogni barriera divisoria, quelle barriere poste proprio dai farisei, dagli scribi e dai sacerdoti di ogni tempo che sono preoccupati di perimetrare i luoghi della presenza di Dio e degli accessi a Dio. Questa mormorazione nei Suoi confronti lo porta a raccontare tre parabole che illuminano e sostengono le Sue scelte di vita nell’incontrarsi e mangiare con i pubblicani e con i peccatori.
Le tre parabole, una pecora smarrita dal pastore, una dramma perduta da una donna e un figlio andato via di casa quando non gli mancava nulla, hanno lo stesso significato anche se cambia il protagonista.
La prima parabola si apre con una domanda: “Chi di voi se ha 100 pecore e ne perde una non lascia le 99 nel deserto e va in cerca di quella perduta finchè non la trova?”. Può accadere che una pecora che fa parte del gregge si smarrisca, rimanga sola, cada in un dirupo, senza poter raggiungere le altre. E una pecora perduta può conoscere solo la morte. Ecco perché il pastore lascia le altre 99 nel deserto e va a cercarla con preoccupazione e con cura finchè non l’ha trovata. Perché il pastore si comporta così? Sostiene Enzo Bianchi commentando questa parabola: “Secondo Luca il pastore non fa preferenze, ma piuttosto ama tutte le pecore personalmente, perché di ognuna conosce la voce e il nome (cfr. Gv 10,3-4.14): questa pecora, dunque, è semplicemente perduta, va verso la morte, e ciò spinge il pastore a cercarla! Quando si ama, non si seguono i calcoli dell’aritmetica! Il pastore non si accontenta di aspettare che la pecora torni, ma va alla sua ricerca, perché ogni pecora, se è amata, va cercata. Come non pensare qui alla strofa del Dies irae: “Quaerens me sedisti lassus?” (“Signore, a forza di cercarmi ti sei seduto stanco?”) Sì, il pastore della parabola è Dio, che continua a pensare a chi si è perduto, a chi l’ha abbandonato per scelta o per errore, e non si dà pace finché la pecora amata non ritorni nella sua intimità. E così Dio ‘abbandona’ le altre pecore per salvare quella perduta”.
Lo stile di questo pastore, che poi è Dio, interpella tutti gli stili di vita dei pastori del nostro tempo, dai vescovi ai presbiteri, dagli insegnanti ai maestri, dai genitori ad ogni guida … Dobbiamo imparare a cercare e a cercare con insistenza e perseveranza le persone affidate alla nostra cura e responsabilità, consapevoli che ogni persona ritrovata e recuperata genera una gioia indicibile e il desiderio di fare festa: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 
Questa festa è profezia della festa che avviene in cielo, perché anche Dio si rallegra quando una persona, smarrita, perduta, peccatrice, si converte.
Segue poi una parabola parallela in cui Gesù narra di una donna che ha dieci monete e ne perde una e si comporta esattamente come nella parabola precedente si è comportato il pastore. È interessante sottolineare che in questa parabola l’accento viene posto soprattutto sulla gioia del ritrovamento da parte della donna.
La terza parabola, poi, del figliol prodigo, o meglio a dirsi del padre misericordioso, non soltanto ripuntualizza la stessa dinamica delle due parabole precedenti ma ci fa cogliere l’atteggiamento del “figlio maggiore” che rappresenta bene la mormorazione degli scribi e dei farisei. Quel figlio maggiore non può non interpellarci in profondità perché spesso esprime il nostro modo di pensare e di agire. Pur vivendo l’esperienza cristiana dentro una comunità, non abbiamo ancora compreso il Dio che Gesù ci ha rivelato, un Dio che rompe i nostri schemi e pregiudizi moralistici e perbenisti.
Lasciamoci convertire dalla misericordia di Dio per diventare strumenti e pellegrini di misericordia in ogni ambiente in cui viviamo.
“Lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo. [...] Sentiremo la sua tenerezza, tanto bella, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore” (Papa Francesco)
Buona Domenica.

✠   Francesco Savino



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