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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C) - Mons. Francesco Savino

16/07/2022


Gn 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42

 

17  Luglio  2022

 

Nella nostra vita sempre in maniera imprevedibile e inattesa arriva l’altro, non sempre desiderato e voluto nel nostro mondo perché occupa spazi e modifica i nostri piani, impedendoci di concentrare tutta l’attenzione su noi stessi. Accade anche, a maggior ragione, quando l’altro è Dio, che arriva inaspettato nella nostra esistenza e ci distoglie dall’attenzione narcisistica, ossessiva, che riserviamo sempre al nostro “io”. Se non ci fosse questa visita di Dio rimarremmo imprigionati per sempre in una adorazione banale e sterile di noi stessi.

Una meravigliosa rappresentazione di questa dinamica, sostiene padre Gaetano Piccolo SJ, si trova nella commedia di Éric-Emmanuel Schmitt, dal titolo eloquente: Il Visitatore. In quest’opera teatrale, Freud si ritrova in casa un visitatore misterioso, comparso all’improvviso. Freud è preso dalla sua decisione di partire o lottare contro il nazismo. Lungo l’intenso dialogo, aggravato dalla malattia di Freud, si rivela progressivamente l’identità dell’ospite misterioso che nel provocare le grandi domande della vita, di ogni uomo, rese più urgenti dalla situazione storica in corso, riporta i dubbi e le paure del “visitato” alla consapevolezza dell’esistere, al perché dell’esistenza, allo scopo della vita, al perché del dolore, in sintesi ne provoca la libertà, costringendolo ad uscire dal suo mondo autoreferenziale.

Più semplicemente potremmo dire però che è anche l’esperienza di ogni mamma: un bambino che arriva è senza ombra di dubbio una gioia grande, ma sicuramente richiede anche di rivedere spazi, schemi, abitudini. Un figlio ti decentra e ti allena a non pensare solo a te stesso.

Le sacre scritture ci presentano spesso questa presenza di Dio come ospite inatteso che cambia il modo di guardare le cose.

Il capitolo 18 del Libro della Genesi, la Prima Lettura della Liturgia di oggi, ci fa cogliere la presenza di Dio che entra nelle nostre situazioni di disperazione e ci rigenera alla vita. Abramo e Sara vivono chiusi nella loro “tenda della delusione”, perché la promessa che hanno ricevuto non si realizza. Il figlio tanto atteso non arriva. Per loro sembra che non ci sia un futuro. In questa situazione problematica, umanamente difficile, Dio visita questa coppia. Abramo si trova all’ingresso della tenda, è sulla soglia che dice simbolicamente l’incertezza; mentre per lui c’è ancora un’apertura, una possibilità, Sara rimane “ingessata” nella sua mancanza di speranza. Dio arriva nell’ora più calda della giornata quando, soprattutto nei paesi del mediterraneo, non si muove alcun segno di vita. Tutto sembra morto! Ma proprio in questo tempo Dio visita e ci sorprende. Dio si fa ospite e, nonostante l’ora, Abramo si da da fare. Prepara un banchetto esagerato. 

Sostiene ancora padre Gaetano Piccolo SJ che Dio tira fuori Abramo, come all’inizio della sua vocazione, dalla sua chiusura invitandolo a servire. La dinamica del servizio ci permette di uscire dal ripiegamento ossessivo su noi stessi. Anche il Vangelo di questa Domenica ci presenta un Dio imprevedibile che provoca la nostra vita.

Gesù mentre con i suoi è in cammino, entra in un villaggio e viene ospitato da Marta e Maria che sembrano raccontare due modi di vivere la presenza dell’altro nella nostra vita: da una parte il servizio efficiente di Marta che cerca di portare a compimento le esigenze dell’ospitalità, dall’altra parte l’ascolto, ovvero la gratuità della presenza.

L’icona di Marta e Maria accompagnerà il cammino sinodale delle chiese italiane e sarà per noi una grande opportunità per entrare in profondità in dialogo con queste donne che interagiscono col Maestro, Gesù.

Mi piace puntualizzare che tra Marta e Maria, difatti, intercorre un rapporto di complementarietà, il cui significato si può cogliere a partire da ciò che diceva santa Teresa d’Avila: occorre fare la parte di Maria, senza tralasciare quella di Marta. Questa parafrasi teresiana dell’episodio evangelico di Betania aiuta a ben comprendere la “preferenza” sancita dal Maestro di Nazareth: quella di Maria è la parte più importante, giacché è quello di Maria “il” servizio che Gesù chiede ai discepoli, l’ascolto. L’ascolto è nel Nuovo Testamento l’attitudine tipica del servitore attento e solerte. Ascoltare infatti significa obbedire. Anzi, più precisamente, obbedire significa ascoltare: cioè non sottomettersi passivamente ai comandi altrui (di Dio), bensì intenderne il senso profondo, interpretandoli come inviti e come esortazioni che il Signore ci rivolge. Per questo Gesù, quando racconta la parabola della zizzania, dà questo avvertimento: «Chi ha orecchi, intenda». Gli stessi dieci comandamenti “mosaici”, nell’Antico Testamento, sono più precisamente degli auspici per il bene del popolo eletto più che degli imperativi: Dio non comanda, ma chiede, a volte quasi dando l’impressione di “mendicare” il servizio degli uomini. Servizio che, perciò, si realizza nella forma della relazione, non della sottomissione. Per questo Gesù chiamerà i discepoli non più servi ma amici. Le due sorelle di Betania sono discepole, cioè amiche: e viceversa.

Più profondamente, però, l’ascolto è attitudine filiale: Gesù stesso è nel Nuovo Testamento paîstoû Theoû, che vuol dire al contempo servitore di Dio (con tale espressione greca i Settanta tradussero nei carmi isaiani del Servo sofferente l’espressione ebraica ebed Adonai) e bambino, figlioletto di Dio, che come tale può invocare il Padre suo familiarmente come Abbà. È il motivo per cui Gesù suggerisce ai discepoli di diventare come bambini per poter entrare nel Regno.

Insomma ascoltare è la voce verbale che definisce il vero servizio, quello che consiste nel restare in rapporto intimo con Dio, come un servo fedele, anzi come un figlio affezionato. Maria vive questa “parte”, questo servizio autentico e radicale, che rende il discepolo capace di comprendere e discernere la volontà del Signore, così potendola compiere per come vuole il Signore, senza disperdersi in altri tipi di servizi, pur buoni ma non importanti. Marta, per servire concretamente e fattivamente, deve dunque innanzitutto, come Maria e con Maria, porsi in ascolto: di Dio, del Maestro, degli altri suoi ospiti a casa sua. Solo così potrà intercettare le loro vere attese, le loro speranze, i loro bisogni. È, appunto, ciò che anche una Chiesa sinodale dovrebbe esser disposta a fare.

Lasciamoci convertire dall’incontro di Gesù con Marta e Maria che ci suggerisce di guardare alla contemplazione come origine potente dell’agire, perché quest’ultimo possa essere veramente generativo di un nuovo stupore e di una nuova vita.

Buona Domenica.

    Francesco Savino



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