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VI DOMENICA DI PASQUA - L'omelia di monsignor Francesco Savino

21/05/2022


At 15, 1-2. 22-29; Sal 66; Ap 21, 10-14. 22-23; Gv 14, 23-29

Domenica  22  Maggio  2022

In questo tempo di Pasqua, come Chiesa, in modo particolare nel “giorno del Signore”, ascoltiamo i “discorsi di addio di Gesù” (cfr. Gv 13, 31-16, 33) collocati nell’ultima cena, che l’Evangelista Giovanni rilegge alla luce dell’intera esperienza pasquale e del come la sua comunità vive e deve vivere la relazione con il Risorto. Possiamo osare dire che è l’Evangelista stesso a tavola con i suoi a narrare ad essi che cosa ha significato per lui quel “decisivo pasto con un amico di nome Gesù” (Gv 15, 14-15). 
L’inizio del testo liturgico del Vangelo di questa sesta domenica di Pasqua è costituito dalla risposta di Gesù a Giuda, “non l’iscariota” (Gv 14, 22), che gli aveva chiesto perché mai si sarebbe manifestato soltanto ai suoi, ai discepoli, e non al mondo. Questo discepolo la pensa come tanti altri amici e fratelli di Gesù che lo spingevano ad uscire dal nascondimento e a svelarsi a tutti con mezzi convincenti prodigiosi e straordinari. “Nessuno agisce di nascosto, se vuol essere riconosciuto pubblicamente. Se fai queste cose, manifestati al mondo” (Gv 7,4). La Chiesa nella storia ha avuto sempre e continua ad avere la tentazione di cercare un consenso facile, di evitare piccolezze e umiltà per cercare pubblicità e audience. “Di fronte a ciò, ecco l’esigenza di verità espressa da Gesù. Senza una relazione personale autentica con il Signore, senza una vita spirituale nascosta, ma reale, tutto il resto rischia di essere scena, politica ecclesiale, apparenza di vita più che autentica vita. Senza l’azione interiore e la scossa dello Spirito del credente, la Chiesa rischia di essere raduno di militanti, più che comunione dei discepoli. Ecco dunque che Gesù ribadisce quelle verità elementari e irrinunciabili che fanno di un uomo un credente. L’amore per il Signore, l’ascolto per la sua Parola, la vita interiore animata dallo Spirito” (Luciano Manicardi).
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di Lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la Parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato … il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. È significativo che Gesù abbozza sia il ritratto del credente che il ritratto di colui che non crede! La venuta del Signore non è un evento futuro, lontano, straordinario, prodigioso e grandioso, ma un accadimento che s’invera nell’oggi nel nascondimento del cuore dell’uomo. Gli uomini e le donne, capaci di narrare e annunciare il regno di Dio, sono coloro che sono resi dimora della vita divina in loro, della vita trinitaria. 
Sempre nel contesto del discorso di addio Gesù saluta i suoi discepoli donando loro la sua pace, e il suo saluto non è preludio della sua scomparsa ma del suo ritorno: “vado e tornerò da voi” (v. 28). Sempre Gesù chiede ai discepoli di andare oltre il turbamento del cuore e la paura con l’amore e di essere nella gioia, la gioia della sua presenza che al tempo stesso diviene gioia dell’attesa. Nel tempo dell’attesa sarà lo Spirito Santo a consolare e a svolgere il compito di maestro interiore, che illuminerà e orienterà il credente nel mondo. 
Lasciamo che la vita trinitaria dimori in noi e lo Spirito Santo ci sostenga, ci accompagni e faccia di noi dei credenti credibili perché trasparenza del suo amore.
Buona Domenica.

✠   Francesco Savino 



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