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Lettera di auguri di Natale, Monsignor Savino scrive ai politici

14/12/2021

«Acoltare, discernere e servire: una buona politica è possibile!». È questo il titolo della lettera di auguri indirizzata ai politici, in vista del Natale, del vescovo della diocesi di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino.

La lettera inizia con una citazione di Giorgio La Pira, padre fondatore della Repubblica e sindaco "Santo" tratta da "La nostra vocazione sociale": «Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa “brutta”! No: l’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità: è un impegno che deve potere convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità».

Questo il testo della lettera di auguri ai politici di monsignor Francesco Savino:

Carissimi tutti, anche quest’anno vi affido i miei sentimenti più belli in una lettera, cercando di limitare i pur desiderati incontri personali a causa della situazione sanitaria che ci impone ancora una distanza solo fisica: sono certo che il nostro sentire ha una natura comune e la stessa comune vocazione all’incontro. Il mio saluto e il mio ringraziamento a tutti voi che, a titoli diversi, come rappresentanti delle istituzioni, della politica, delle amministrazioni, siete impegnati nel servizio delle nostre comunità. Un servizio alto che non è affatto semplice. Non lo era neppure in passato, ma oggi è reso ancor più difficile dalla situazione che viviamo. Siamo ancora nel tunnel della pandemia ma oggi più che mai siamo tutti chiamati ad accendere una luce per rischiarare il cammino delle nostre comunità. L’invito che sento di rivolgere a me prima che a voi, è quello di essere lungimiranti non, nonostante questa stagione della storia che stiamo vivendo, ma proprio in ragione di essa.

L'attuale crisi sia opportunità di cambiamento
L’appello che nasce dal mio cuore di pastore è quello a vedere nel tempo travagliato che attraversiamo, un’opportunità per il cambiamento, dobbiamo cioè considerare questo tempo un kairòs, una occasione favorevole. Più volte Papa Francesco ci ha invitato a “cogliere questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno, di tutti”. Questo è un tempo favorevole per sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di “appartenere alla massa” come suggeriva don Milani, abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo che comincia da ciò che ci è più prossimo, le nostre comunità.

La risposta dei cristiani nelle tempeste della vita e della storia – ha detto ancora il Papa - non può che essere la misericordia: l’amore compassionevole tra di noi e verso tutti, specialmente verso chi soffre, chi fa più fatica, chi è più abbandonato. Non pietismo, non assistenzialismo, ma compassione, che viene dal cuore. La misericordia cristiana ispiri anche la giusta condivisione tra le nazioni e le loro istituzioni”. Ecco, voi che siete uomini e donne delle istituzioni, di quelle più vicine alle popolazioni, dovete sentire forte questa responsabilità perché proprio le città, i paesi, debbono essere visti e vissuti come luogo privilegiato di ricostruzione. Per questo mi sento di suggerirvi tre verbi da coniugare nel vostro quotidiano esercizio di responsabilità, perché la politica torni ad essere “la più alta forma di carità”.

Il primo verbo è ascoltare. La politica e soprattutto la difficile arte e missione del governare la polis nel polemos, ha alcune regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e la capacità di giungere a una sintesi. Tutte queste doti sono le vostre vocazioni strutturali, le stesse che illuminavano il Sindaco Santo Giorgio La Pira: “Bisogna tornare all'uomo, alla sua grandezza ed alla sua fatica; e col ritorno all'uomo si ritornerà anche a Cristo”. Un problema chiave della nostra democrazia e della sua efficacia come strumento di governo è l'autoreferenzialità della classe politica, il suo crescente distacco rispetto ai cittadini. Chi vuole governare un Paese, una Regione o un Comune non può vivere in una torre d'avorio o essere schiavo delle proprie certezze. Deve anche ascoltare i cittadini e proprio gli enti locali, a partire dalle Regioni, devono avere nel loro “Dna istituzionale” la capacità di ascoltare ed interpretare le esigenze delle loro comunità. Più alta è la responsabilità di cui uno è investito, più egli è tenuto all’ascolto. Quello dell’ascolto è un esercizio lento e faticoso. Il vostro ruolo chiede di mettervi in ascolto delle domande, degli affanni, delle speranze delle persone che vi sono state affidate ma anche in ascolto delle sfide e dei cambiamenti che questo tempo ci mette davanti. Per questo non dobbiamo insonorizzare il nostro cuore e non dobbiamo blindarci nelle nostre certezze.

Governare vuol dire ascoltare, conoscere, dialogare. Essere attenti e disponibili verso tutti i cittadini ma soprattutto verso i più deboli, i più indifesi, quelli che urlano silenziosi a pochi metri da noi, nelle nostre desolate periferie, che bussano inascoltati alle nostre porte. L’ascolto oggi richiede un supplemento d’anima perché spesso i poveri sono dispersi e nascosti nelle pieghe del proprio pudore. Questa opera di ascolto è resa più difficile dal venir meno dalla presenza e dal ruolo attivo di quelle di quelle “formazioni sociali” come partiti, associazioni, cooperative, sindacati e circoli dove, come recita l’articolo 2 della Costituzione, si svolge la personalità dell’uomo e dove i cittadini potevano e possono unirsi liberamente in gruppi per sviluppare la personalità di ciascuno, per rispondere ai bisogni di molti e per partecipare alla vita democratica del Paese. La visione dei padri costituenti, che riconosceva nel principio di sussidiarietà il perno del rapporto Stato-cittadini, non ha avuto negli anni seguenti un grande seguito nella cultura e nella vita del nostro Paese. La liquidità e la superficialità della comunicazione e quindi della politica nel villaggio globale hanno fatto il resto. In questo, senza voler supplire al compito di nessuno, la nostra Chiesa vuole farsi compagna di strada della nostra gente, nella consapevolezza che – come ci indica la Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” - “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Il secondo verbo che vi consegno è discernere. Il discernimento in politica è come una bussola che orienta il cammino di un popolo. È l’arte di vagliare, setacciare, distinguere i princìpi, i dati scientifici e il “sentire” storico di una cultura per prendere una decisione atta a fare il bene comune ed evitare il male sociale. È proprio del discernimento portare il politico alla soglia di alcune fondamentali domande: chi sono chiamato a essere? Quale decisione è utile prendere per il bene di tutti? In quale modo prenderla? Saper discernere è distinguere le luci nella notte e rispondere alle domande che nascono durante le crisi della vita, simili a quella posta da Isaia: «Sentinella quanto resta della notte?» (Is 21,11). Discernere vuole dire sforzarsi per avviare processi comunitari in cui ci si mette in gioco e si progetta il domani. La predisposizione di aderire al bene e la volontà di contribuire a realizzarlo sono caratteristiche fondamentali all’interno di questo cammino. Anche Santa Caterina da Siena si era rivolta ai politici del suo tempo per chiedere loro di discernere: «non si può essere buoni politici, se prima non si signoreggia se stessi. Coloro che non si governano non possono governare la città. Le signorie delle città e le altre signorie temporali sono “prestate”.

In altre parole, Caterina ricordava ai politici un principio fondamentale: «siete responsabili di cose non vostre». È l’arte di discernere comportamenti, scelte, modi di fare, stili di vita che permette di diventare un leader credibile, il che non si riduce solo all’essere creduti, ma anche a non venire falsificati. Il cuore di una persona, così come quello della società, è sempre agitato da voci spesso in contrasto tra loro. Quali scegliere? Quando si scelgono le voci subdole del male la coscienza sociale si eclissa, l’agire politico è macchiato da forme di corruzione diffusa, concussione, accordi con la criminalità organizzata, gestione clientelare, infedeltà negli accordi presi, gestione del corpo sociale, assuefazione alla pornografia e così via. Il fascino del male si offre gratis nella vita sociale e politica, mentre aderire al bene costa fatica, non è “naturale”, bisogna scegliere continuamente di orientare le proprie azioni alla correttezza, alla bontà morale, alla trasparenza e alla fiducia. La classe politica ha l’urgenza di discernere, a partire dai principi costituzionali, i grandi temi di cui occuparsi, perché per ogni scelta di bene e ogni testimonianza di servizio sono un appello alla coscienza matura di un popolo per risvegliarlo e nutrirlo di vita. Ad una condizione però: «per diventare uomini del discernimento – ha sottolineato Papa Francesco – bisogna essere coraggiosi, dire la verità a sé stessi. Il discernimento è una scelta di coraggio». Dalla qualità del discernimento politico dipende la qualità di una civiltà.

Il terzo e ultimo verbo che racchiude e conferisce un senso compiuto all’ascoltare e al discernere è servire. Anche su questo tema dobbiamo constatare che la pandemia, con il suo lungo strascico di isolamento e di grande e diffusa tensione sociale, ha inevitabilmente messo in crisi l’agire politico in sé stesso: la politica in quanto tale. Ma anche questa circostanza può diventare un’opportunità, per promuovere una migliore politica. Quando un uomo politico diventa un uomo delle istituzioni deve misurarsi con la dimensione del potere, questo è un passaggio fondamentale. Il potere è un mezzo, non è un fine. Quindi il potere è uno strumento necessario per fare politica, ma se è finalizzata al potere, si capovolge tutto e si pregiudica la costruzione di un mondo nuovo. È fondamentale, quindi, ribadire il primato dell’etica nella politica che utilizza il potere per lo sviluppo dell’uomo e la giustizia nelle comunità. L’agire politico deve essere ispirato da un principio sostanziale di legittimazione democratica: il perseguimento del bene comune. Occorre partire da questo presupposto perché al centro sia posto sempre l’interesse della collettività.

Ancora oggi, quanti sono impegnati nel sociale, nel politico e nel governo delle comunità con incarichi istituzionali possono e debbono guardare al venerabile Giorgio La Pira come a un modello autentico di una persona credente impegnata a pieno nella società in cui vive e serve. È esempio per la sua onestà, trasparenza, disinteresse, per l'attenzione particolare nei confronti delle fasce più deboli, con una costante preoccupazione per il benessere dei cittadini e per la salvaguardia del loro lavoro e delle loro esigenze. Concludo rinnovando a voi l’appello che con gli altri confratelli arcivescovi e vescovi della nostra amata terra calabrese abbiamo rivolto nel settembre scorso per la buona vita della regione.

“Questa nostra terra, segnata da grandi contraddizioni e contrasti, ha bisogno di risanare, con una terapia intensiva, l’azione amministrativa e politica, puntando a curare quei mali che non hanno più l’ossigeno di respiro verso il bene comune; di debellare la sempre vegeta preoccupazione degli interessi privatistici, per come le cronache degli ultimi tempi ci raccontano. Attraverso la sana politica e la sana amministrazione, la Calabria deve riguadagnare fiducia in se stessa, eliminando promesse illudenti, ma senza fondamento, premesse a elemosine e provvidenze assistenzialistiche, prime vere minacce alla democrazia e alla dignità degli onesti e, in particolare, dei più giovani, che aborriscono qualunque forma di assistenzialismo e di corruzione”. Facciamoci dunque tutti servi per amore di questa nostra Terra, organizziamo la speranza con e per i nostri fratelli: è questo l’augurio che sento di rivolgervi per le festività ormai vicine.



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