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San Bartolomeo, la riflessione di monsignor Renzo

11/11/2021

Ricorre oggi la memoria liturgica di San Bartolomeo di Rossano, nato nella città calabrese nel 980 da una nobile famiglia originaria di Costantinopoli e nel 1959 proclamato da papa Giovanni XXIII compatrono delle diocesi di Calabria, unitamente a San Nilo e a San Francesco di Paola. Vi proponiamo di seguito l'omelia di monsignor Luigi Renzo, vescovo emerito di Mileto, in occasione della Santa Messa con cui si è dato avvio, nella diocesi di Rossano-Cariati, alle celebrazioni in onore del Santo, nel contesto del Sinodo:

Carissimi, son contento stasera di unirmi a voi nell’onorare il compatrono San Bartolomeo, il più fedele dei discepoli di San Nilo. Di questa opportunità offertami ringrazio don Franco e l’Arcivescovo Mons. Aloise che sarà qui con voi domani, giorno solenne della festa.

Mi piace inserirmi nella riflessione a più voci che vi sta accompagnando in queste sere nella preparazione alla festa, una riflessione che ha al centro il cammino sinodale che la Chiesa ha intrapreso per volontà di Papa Francesco sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione-partecipazione-missione”. Io mi intratterrò sulla seconda delle parole chiave del cammino sinodale.

Chiaramente non si tratta di celebrare un Sinodo diocesano, ma di intraprendere come Chiesa un cammino comunitario di conversione in cui siamo chiamati ad ascoltare quello che lo Spirito ci suggerirà e ad ascoltarci tra di noi per camminare coraggiosamente insieme ed uniti, cercando di farci capire ed essere significativi da questo mondo che ormai non ci capisce e non ci accetta più come cristiani. Si tratta allora di imparare a vivere il nostro rapporto con Dio e con la realtà in cui viviamo non in modo individualistico, ma con impegno comunitario sull’esempio della prima comunità cristiana, in cui tutti “erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera” (At. 2,42).

Come Chiesa abbiamo bisogno di ricuperare più visibilità uscendo dalle nostre sagrestie in cui ci stiamo lasciando rinchiudere da una società che non vuole più sentire parlare di Dio e di etica cristiana. Ma non possiamo più stare a guardare dal balcone senza darci da fare per rispondere al mandato affidatoci da Gesù di “portare il suo vangelo ad ogni creatura”.

Abbiamo ascoltato nella prima lettura (Sap.6,1-11) con quanta forza Dio si rivolge ai “governanti della terra”, che vogliamo sentire come un invito rivolto a ciascuno di noi: “Ascoltate o re e governanti di tutta la terra… Se non avete governato (vissuto) rettamente, se non avrete osservato la legge e se non vi sarete comportati secondo il volere di Dio… su di voi cadrà un giudizio severo”. Al contrario “chi custodisce santamente le cose sante sarà riconosciuto santo… Desiderate, pertanto, le mie parole; bramatele e ne riceverete saggezza e conforto”.

È da questa esortazione che prendo spunto per la mia riflessione continuando quanto avete seguito nelle sere scorse sulle parole chiave del cammino sinodale: comunione, missione e partecipazione. Imparare lo stile sinodale nelle nostre comunità ci farà gustare la gioia dell’essere “in comunione” fraterna tra noi per rispondere al dovere sacro della “missione” ricevuto da Gesù nel Vangelo. Questa esperienza viva di Chiesa è possibile per noi se tutti ci risvegliamo corresponsabili e quindi partecipiamo attivamente alla vita della comunità assumendo ciascuno la nostra responsabilità.

La sinodalità, allora, è sapersi interrogare per discernere e capire insieme la realtà che ci circonda con i suoi momenti critici e partecipare, cioè coinvolgerci tutti nel cercare e trovare, guidati dallo Spirito, le risposte che il mondo si attende. Non è un compito facile e sarà ancora più complicato se ognuno si chiude nel suo privato, accontentandosi di una fede mediocre senza alti gridi. Poter fare e non fare è un peccato di omissione davanti a Dio.

Se la Chiesa sinodale è nei fatti una Chiesa partecipativa e corresponsabile, sarà necessario non rinunciare mai ad “ascoltare”: ascoltare prima di tutto la voce dello Spirito (la preghiera personale e comunitaria) per essere disponibili ad ascoltarci tra di noi. Il dialogo reciproco tra pastore (vescovo, parroco) e fedeli laici è basilare. In uno stile sinodale, infatti, si decide per discernimento sulla base di un ascolto e di un consenso che scaturisce dalla comune obbedienza allo Spirito. Si tratta di trovare il modo perché tutti possano partecipare in questo cammino di discernimento senza escludere nessuno, nemmeno quelli che abitualmente non frequentano la Chiesa. Forse questo inatteso coinvolgimento ne scuoterà la coscienza e li aiuterà a ravvedersi per mettersi in cammino con gli altri. Il Signore si serve di tutto per raggiungere i suoi scopi e toccare i cuori anche quelli più induriti.

Ci stiamo preparando a festeggiare il nostro concittadino San Bartolomeo. In questo clima di sinodalità può esserci di esempio proprio lui, che al suo tempo, pur in situazioni storiche diverse dalle nostre, si è lasciato coinvolgere nel cammino della Chiesa latina di Roma, che stava vivendo una profonda crisi di identità fino a mettere a rischio la sua stessa unità. Pur essendo monaco, per di più di spiritualità greco-bizantina, accetta di partecipare ai Sinodi Romani organizzati dai Papi, qualche volta non proprio all’altezza del loro compito per lo stile di vita rilassata che conducevano. San Bartolomeo riesce ad entrare in confidenza e familiarità con tutti tanto che arriva a convincere il giovanissimo papa Benedetto IX, non proprio uno stingo di santo, a dimettersi e pare che sia entrato almeno per qualche tempo nel monastero di Grottaferrata.

Il nostro Santo si è lasciato guidare dallo Spirito senza chiudersi nel suo riservo di monaco contemplativo. Si è dovuto fare certamente forza, ma questo gli ha acconsentito di trasformarsi in missionario-strumento nelle mani dello Spirito dando il suo apporto benefico nel cammino di conversione della Chiesa. Seguirà, infatti, subito dopo un periodo provvidenziale di rinnovamento della Chiesa ad opera di figure straordinarie di santità quali S. Pier Damiani e S. Gregorio VII. In questo contesto di riforma radicale e di moralizzazione San Bartolomeo con la sua partecipazione ha saputo essere significativo e risolutivo.

Concludo con un riferimento al brano del Vangelo (Lc. 17,11-19) che ci ha presentato la guarigione di 10 lebbrosi da parte di Gesù. Se non avessero avuto il coraggio di avvicinarsi e di gridare aiuto a Gesù infrangendo il precetto mosaico che vietava ai malati di lebbra di accostarsi alla gente, non sarebbero guariti dalla loro malattia. Così anche su di noi ricadrà la responsabilità o di non fare nulla per far ricuperare alla Chiesa la sua forza di lievito lasciando il mondo alla deriva, oppure saremo in grado col nostro impegno di accompagnarlo a Gesù perché lo guarisca col suo Spirito di amore e di misericordia. La partecipazione è il segnale che anche noi saremo guariti dalla pigrizia e dalla lebbra spirituale che forse ci fa stare lontani dal nostro compito di battezzati. La comunione e la missione della Chiesa si rende visibile soprattutto col prezioso contributo della nostra partecipazione responsabile. E la nostra partecipazione darà il segno anche della nostra libertà, perché, come recitava una vecchia canzone, “libertà è partecipazione”.



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