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Diocesi di Mileto, il vescovo Nostro si insedia: «Serve una mentalità nuova»

03/10/2021

«Che il Signore mi preservi dal rischio di pensare che tutto questo sia per me, io sono solo un piccolo strumento nelle mani di Dio. Ma insieme a voi, cari miei sacerdoti e cari fedeli, desidero che la Chiesa di Calabria guadagni una mentalità nuova, riguadagni il pensiero di Dio, la sua capacità di amore materno e paterno». Così monsignor Attilio Nostro nella sua omelia, recitata nella solenne celebrazione di insediamento nella Basilica Cattedrale di Mileto.

È un giorno importante per la diocesi vibonese che ha accolto con gioia il nuovo presule nativo di Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Gioia, così come tanta emozione, hanno accompagnato nella serata di ieri l'evento solenne per la storia diocesana.

In una cattedrale gremita di fedeli e autorità, pur nel rispetto delle normative anticovid, l'arcivescovo Attilio ha parlato dell'importanza dell'amore, partendo dai più piccoli. «I bambini in una casa comandano o obbediscono?» ha chiesto. «Comandano - ha risposto - anche se sono convinti di obbedire. Una volta ho chiesto ai bambini "siete padroni o servi?", la risposta fu corale: "siamo schiavi". Ma, ha spiegato, «tu papà e tu mamma capisci che quell’amore che ti espropria, che ti fa dire "non ho più libertà" come fa qualcuno, è un amore che ti migliora, che ti rimette al mondo e ti ridà il senso della tua vita». Ricordando a proposito di quando suo fratello gli disse «la mia vita fino ad oggi non aveva un senso, adesso ce l’ha, perché i figli danno senso alla vita».

«Non vorrei che qualcuno mi fraintendesse, pensasse che stia mancando di rispetto a qualcuno. Ma noi - ha aggiunto monsignor Attilio Nostro - non stiamo celebrando il vostro vescovo, altrimenti facciamo una cosa che è soltanto umana. Noi celebriamo l’opera di Dio. Ogni canto, ogni preghiera, traduce il fatto che tutti noi abbiamo un padre che ci ama ma non per come siamo vestiti, per le nostre azioni: Dio ci vuole bene a prescindere, come una mamma che guarda il proprio figlio o la propria figlia».

«Di fronte al giudizio di Dio tremo – ha detto ancora il neo vescovo – non perché ho paura, ma perché il suo amore è talmente grande che mi sembra impossibile che mi abbia chiamato a una responsabilità così importante. Ma, mi sono detto, è la stessa responsabilità di una mamma o di un papà».



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