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Impressioni di settembre. L'editoriale dell'arcivescovo Bertolone

04/09/2021

«E senti allora, se pure ti ripetono che puoi, fermarti a mezza via o in alto mare, che non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare».

Ondeggiano sulle parole dello scrittore e poeta Eugenio Montale le foglie sospinte dal vento settembrino, finalmente fresco e qualche volta già irruento. La loro ombra sottile fa da schermo ai giovani che riprendono a brulicare nelle piazze di paesi e città, alle fabbriche che riaprono, al traffico che torna a scuotere la calma con i borbottii delle auto in fila. Piccoli segnali, come tanti altri, della fine delle ferie – per chi ha potuto goderne – e del ritorno alla quotidianità, per tutti.

Che tempo è, questo della ripartenza del Settembre dell’anno secondo dell’era Covid? Nonostante il miglioramento delle prospettive rispetto a un anno fa, il quadro si presenta con numerose variabili ed evidenti incertezze. Al primo posto c’è la paura di perdere il lavoro, nell’ansia che le imprese preparino processi di ristrutturazione. Sensazioni che hanno ricadute sullo stato d’animo delle persone e sul loro sguardo al futuro. Il 50% degli italiani, rivelano gli indicatori statistici, ritiene incerta la propria qualità della vita; il 48% sente il proprio livello di reddito instabile, mentre il 42% valuta come decisamente precaria la propria condizione professionale o lavorativa. Non solo il frutto della pandemia, ma l’eredità di anni recenti e passati, che hanno contribuito a desertificare il campo della speranza, in cui ha attecchito però la gramigna di un’umanità divisa, lacerata da conflitti di ogni tipo e affannosamente alla ricerca di una strategia comune per un futuro sostenibile.

Ma questa presa d’atto, dolorosa, deve diventare la base per nuovi inizi. E ripartenza non deve essere semplice parola chiave, ma stimolo a comprendere e interiorizzare al meglio l’urgenza di percorsi diversi, che consentano di vivere le conseguenze della pandemia quale opportunità e non come un comodo e tragico alibi. Il virus, innegabilmente, è stato un evento che ha spezzato la routine di un’umanità che si credeva invincibile: ha portato malattia, lutti, recessione. Ma ha dato anche la possibilità di una reazione positiva, di una scossa, di un tentativo di cambiamento da sostenere non per fingere di credere che tutto andrà bene, bensì per guardare avanti, magari oltre, sapendo che ciò che stiamo vivendo avrà sicuramente un senso.

In cammino, allora, per capire se in questi mesi – e nelle ultime settimane, quelle dedicate alle vacanze - il nostro umano si sia veramente ridestato. Per comprendere se la libertà di cui facciamo sfoggio (e che rivendichiamo totale e assoluta) sia finalmente pronta a cogliere la sfida di rispondere alla chiamata di una realtà mai così provocatoria. Se si abbia la forza di vagliare strade nuove, per tessere rapporti inediti, per porsi domande non scontate, per offrire risposte innovative, ispirate alla ricerca dell’Altro, al rispetto del prossimo. Non c’è altra via: per dirla con Etty Hillesum, «bisogna conoscere le ragioni della lotta che si conduce e cominciare a riformare se stessi, e ricominciare ogni giorno». 


 + Vincenzo Bertolone
Arcivescovo di Catanzaro - Squillace



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