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Il Vangelo della Domenica. Com’è difficile accogliere la gratuità della salvezza!

29/08/2021

Riprendiamo, in questa Domenica, XXII del Tempo Liturgico Ordinario, la lettura del Vangelo di Marco.

Nel brano di oggi, Gesù affronta un tema importante e significativo per tutti noi credenti: l’autenticità della nostra obbedienza alla Parola di Dio, contro ogni formalismo legalistico.

Da Gerusalemme giungono farisei e scribi a interrogare Gesù. Anzi a screditarlo: secondo loro, Egli non può essere il messia atteso, che restaurerà il regno di Davide, perché non corrisponde alla loro pratica religiosa. Essi si rifanno alla tradizione degli antichi che è quella dei Padri basata sulla rivelazione di Dio ricevuta da Mosè e poi scritta, insieme a quella trasmessa oralmente. La tradizione orale era diventata prevalente su quella scritta e si prestava a manipolazioni arbitrarie, per cui era facile individuare qualcuno che trasgrediva una delle 613 prescrizioni degli antichi.

Si capisce bene, dunque, come scribi e farisei intransigenti possono essere disturbati dai discepoli di Gesù che “prendevano cibo con mani impure”, senza lavarsi, come indicava la prescrizione.

Quando la legge è sganciata dalla vita e dalla fede emerge la spaccatura di fondo: Gesù chiama i farisei e gli scribi “ipocriti” che, secondo l’etimologia greca, significa uomini con la maschera, attori di teatro, che recitano una parte per finzione scenica.

Gesù smaschera gli scribi e i farisei che manifestano un vero e proprio sdoppiamento dell’“io” religioso.

Egli esorta ad imparare cosa vuol dire “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9, 13; Mt 12, 7).

In Gesù, Dio e l’uomo sono uniti in una sola persona, pertanto non si può onorare Dio senza amare l’uomo, non può esserci una liturgia, un culto, una religione, rivolti solo a Dio, senza coinvolgere tutta la persona umana. Soltanto in Cristo, in cui siamo innestati dalla forza dello Spirito Santo, possiamo sperimentare l’unione mistica del divino con l’umano.

Gesù oltrepassa una marea di prescrizioni religiose. Chiarisce che l’impurità non deriva dal cibo ma dall’io mortale vulnerabile, offeso, che cerca di salvare se stesso ad ogni costo e gioca dietro la maschera religiosa. “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro” (Mc 7,15). Lo spirito che proviene dal di dentro, quando è guasto, coinvolge il corpo nel male. Ma se lo Spirito comincia a penetrare la nostra corporeità, la nostra mentalità, ci lava e ci impiega in qualcosa che è vita che rimane.

Com’è difficile accogliere la gratuità della salvezza!

A Gesù non serve un cuore indurito e senza amore, prigioniero delle prescrizioni da adempiere, che rassicurano l’“io” ma lo lasciano così com’è. Gesù ci ha detto e ci ripete: “Io sono il pane della vita” (Gv 6, 35).

Non è la purificazione rituale condizione per mangiare, ma è mangiare “Lui” che ci purifica e ci redime.

Preghiamo perché Gesù Risorto ci liberi da ogni formalismo e ci converta al suo Vangelo liberante e rinnovatore.

Buona Domenica.

✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano



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